Amazzonia, il villaggio segreto e la strada dei militari


C’è in amazzonia un villaggio con un nome affascinante, un nome che rimarrà segreto. Qualche piccolo indizio serve però per avvicinarsi: nel cuore della foresta, a pochi chilometri da Manaus, la distanza che basta per vivere quello che la foresta potrebbe essere. Non più di trenta case di legno, costruite sui bordi di un lago. Venti minuti di canoa a motore, tagliando gli igapo’, pezzi di foresta allagati. Cento, forse centocinquanta abitanti, che vivono solo di pesca ed agricoltura. Una volta a settimana un battello di un “traversador” (commerciante all’ingrosso fluviale) entra nel lago, seguendo canali che solo chi è nato qui conosce. Compra il pesce, le radici di manioca, i frutti. Porta qualche notizia, trasporta verso Manaus chi ha bisogno.

Da qualche anno questo villaggio invisibile non segnato sulle carte ha anche la luce elettrica, portata dal governo dello Stato di Amazonas con il programma “Luce per tutti”. La televisione, che prima era a batterie, ora può raggiungere i 28 pollici; la rumorosa aria condizionata entra in qualche casa di legno. Ma per ora – a parte questi totem che caratterizzano il Brasile in ogni casa – il ritmo del fiume, della piena e della secca, dell’acqua che scorre tra i canali, segnando il calendario dell’uomo e il destino dei pesci, rimane ancora l’unica autorità del posto. Ancora per poco, forse. Il nome rimane segreto, perché la “civiltà” rimanga lontana, perché possa continuare a dimenticarsi di questo piccolo villaggio, perché dopo il programma “luce per tutti” non pensi anche a qualcosa tipo “affari per tutti”. Ma nonostante il nome che pochissimi conoscono a Manaus, il destino è ormai segnato. Non servirà più la canoa e il battello “Comandante Lima” che ogni settimana porta notizie, e qualche Reale, in cambio di pesce. Il governo Lula ha deciso che anche loro hanno diritto ad integrarsi, a far parte del grande paese Brasile. Ha ripescato dagli archivi della storia i megaprogetti del presidente militare Emilio Garrastazu Medici, le strade che dovranno aprire la foresta al mondo.

Amazzonia, ritorna l’integrazione forzata

Era il 6 giugno del 1970 e Medici – ricordato come il dittatore più violento della storia del Brasile – vedendo crescere le tensioni nel Nordest malato di riforma agraria mai attuata coniò lo slogan “una terra senza uomini per uomini senza terra”. Pochi mesi dopo avviò la costruzione della transamazonica e della rete di comunicazione in Amazzonia. Fu l’inizio ufficiale della devastazione della foresta. Oggi, dopo più di trentanni, la riforma agraria rimane un obiettivo da raggiungere e la migrazione interna caratterizza ancora i peggiori fenomeni sociali. Manaus, capitale dello stato di Amazonas, sta vedendo la popolazione aumentare al ritmo di 50-70 mila unità all’anno, mentre l’Amazzonia torna ad essere l’Eldorado, la frontiera da conquistare. Servono strade, dunque, che possano far circolare le merci, che possano rendere plausibile l’incubo del distretto industriale nel mezzo della foresta. Bisogna integrare e far crescere l’economia.

Il Ministro dei trasporti Alfredo Nascimento (ex sindaco di Manaus) non conosce la città dal nome segreto, non ha mai visto il viso di chi ci abita; ne ha però deciso il destino rilanciando l’apertura della BR-319, la strada inaugurata da Medici nel 1973 e ripresa dalla foresta dopo pochi anni ed oggi impraticabile. La strada passerà a pochi metri dal lago segreto, portando nuovi coloni, portando “droga per tutti”, “prostituzione per tutti”, ricchezza per pochi che qui non hanno mai abitato.

La riapertura delle strade è solo una parte – seppur consistente – del “Piano di accelerazione della crescita” del Governo Lula, che coinvolge l’Amazzonia. A pochi chilometri dal villaggio ci sono altre piccole comunità “segrete” che si ritrovano con i canali prosciugati dal passaggio dei gasodotti che portano combustibile alle centrali di Manaus, che produce la “luce per tutti”, indispensabile per le TV e l’aria condizionata nel cuore della foresta. C’è poi l’altra sponda del Rio Negro di fronte a Manaus, che verrà integrata alla città da un ponte gigantesco, che farebbe impallidire gli abitanti di Messina e Reggio Calabria. Ci sono poi le centrali idroelettriche, che dovranno portare tanti, tantissimi megawatt al resto del paese, che deve crescere e divenire grande. Centrali idroelettriche che taglieranno fiumi, creeranno nuovi laghi, uccideranno biodiversità.

Jau, abitante del villaggio segreto, sa che la strada è la fine. Già oggi per due mesi all’anno, durante la secca, una piccola strada sterrata collega il villaggio al resto del mondo. “Un giorno sentiamo un rumore impressionante – racconta – qualcuno si è spaventato: era un clacson!”. E ride. Si chiamano ribeirinhos, abitanti delle rive del fiume, non sono indigeni, sono i figli dei primi nordestini che arrivarono qui durante il ciclo del caucciù. Hanno imparato a convivere in armonia con la foresta. Hanno integrato il fiume nella loro vita, ricreando una cultura amazzonica unica, ricca di leggende. Ma accanto alla risata mostrano la malinconia di chi sa che ormai quel mondo sta sparendo. Jau sa che la riapertura delle strade significheranno migliaia di ettari disboscati (l’Istituto per l’ambiente dello stato di Amazonas ha previsto in uno studio un disboscamento di 180.000 chilometri quadrati con la riapertura delle strade in amazzonia), sa che l’arrivo dei coloni, dei disperati alla ricerca di una qualsiasi forma di fortuna significa la fine della sua cultura, del mondo incantato degli abitanti della foresta.

Strada per pochi, soia per tutti

Quando il dittatore Medici inaugurò il piano stradale che tagliava l’Amazzonia aveva due obiettivi: servire la Zona Franca di Manaus (aperta nel 1967 dai militari) e popolare la foresta. La migrazione più o meno forzata implicava l’apertura di un fronte agricolo e di conquista e controllo delle materie prime dell’Amazzonia.

Oggi la principale giustificazione della riapertura della strada che collega Manaus a Porto Velho (città a sud dell’amazzonia) è quella di creare un’infrastruttura di trasporto per la Zona Franca di Manaus, il cui Distretto Industriale è mantenuto in vita da politiche fiscali vantaggiose. La stessa motivazione di Medici, dunque. In realtà è solo una mezza verità. Dietro il progetto delle strade nella foresta si cela l’agricoltura industriale e soprattutto il business della soia.

La BR-319 taglia l’amazzonia da nord a sud, correndo parallelamente al Rio Madeira, una delle principali idrovie che serve oggi il mercato mondiale della soia. La produzione della cosiddetta “Chapada do Parecis”, zona a cavallo tra Mato Grosso e Rondonia, deve la sua espansione grazie al sistema di trasporto che, utilizzando il Rio Madeira, raggiunge il porto di Itacoatiara (a pochi chilometri da Manaus) per poi imbarcarsi verso Rotterdam e Shangai. Ad Itacoatiara dalla fine degli anni ’90 è attivo il porto HERMASA, società che vede la partecipazione diretta di Maggi, governatore del Mato Grosso e padrone incontrastato della soia in Brasile. Secondo gli ultimi dati disponibili (2005), in un solo mese ben 330.000 tonnellate di soia hanno raggiunto Itacoatiara, provenienti dalla Rondonia e dal Mato Grosso. La riapertura della BR-319 sicuramente aiuterebbe l’espansione della coltivazione e quindi dell’esportazione della soia: il Rio Madeira, infatti, nell’epoca della secca è difficilmente navigabile per le grosse imbarcazioni (in alcuni punti la profondità raggiunge appena i due metri) ed ha bisogno di essere dragato in continuazione.

Uno studio pubblicato dalla Banca Mondiale del 2002 (Analise da expançao da soja no Brasil) parla chiaramente: “La coltivazione della soia in Amazzonia dipende, di forma cruciale, dallo sviluppo di infrastruttura di trasporto per la distribuzione della produzione”.

La maggiore pressione sull’Amazzonia dei produttori di soia, d’altra parte, avviene oggi proprio sul percorso della strada che il governo brasiliano vuole riaprire. Il cosiddetto “arco della deforestazione” che colpisce il sud dell’amazzonia ha uno dei punti cruciali nella zona di Humaita’, nata sul tracciato della BR-319.

Arriva l’esercito

La ricostruzione della BR-319 ha avuto vita difficile fino ad oggi. Annunciata a Manaus nel 2005, venne bloccata dal Ministero Pubblico Federale perché non era stato previsto lo studio d’impatto ambientale. “Non è una nuova strada, si tratta semplicemente del recupero di una strada esistente”, si giustificò il Ministro dei Trasporti, Alfredo Nascimento. Ora si è trovato un accordo all’interno del governo e i lavori sono ripresi, senza studio d’impatto ambientale. Il 27 agosto scorso le ruspe, guidate dagli ingegneri dell’esercito, hanno ripreso a scavare.

E Jau, pescatore del Rio delle Amazzoni, sa che manca poco all’arrivo dei carichi di soia. Sa che dietro i camion arriveranno in tanti. Sa che migliaia di alberi spariranno, che il pesce diminuirà, che, un giorno, la sua città segreta sarà una via polverosa di una favela nel cuore della foresta. Lui, figlio della foresta, sa che è così, anche se nessuno lo vuole ascoltare.

il manifesto, 29 agosto 2007

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