Gli identitari, le radici dell’odio


Due le parole chiave per capire il movimento identitario. Egemonia culturale e metapolitica. Ed è Gramsci il principale intellettuale – scippato alla sinistra – usato per indicare la strategia che ha marcato l’ascesa degli identitari nel mondo dell’estrema destra europea in un ventennio. La differenza con partiti storici e consolidati, come il Front National della famiglia Le Pen, è tutta qui: il voto è solo un mezzo, il potere va conquistato penetrando la cultura, la musica, il discorso politico. Creando egemonia, appunto. Puntando alla “metapolitica”, “quell’insieme di valori che non rientrano nel campo della politica nel senso tradizionale del termine, ma che hanno un’incidenza diretta sulla stabilità del consenso sociale gestito dalla politica”, scriveva uno dei teorici della nuova destra Jean-Claude Valla, caporedattore del Figaro-Magazine.

LA NOUVELLE DROITE

Alain De Benoist, ideologo della nuova destra francese e punto di riferimento degli Identitari

La radice profonda della destra identitaria nasce alla fine degli anni ’70, con il pensiero di Alain de Benoist, l’intellettuale francese della “nouvelle droite”. Dopo aver abbandonato la vecchia militanza neofascista degli anni ’60, inizia un percorso di rinnovamente della destra, creando il GRECE, ovvero Groupement de Recherches et Etudes pour la Civilisation Européenne. Una corrente di pensiero, che si allarga lentamente ad altri paesi europei, spesso con l’Italia in prima fila, includendo tra gli altri Gabriele Adinolfi, ideologo di Casapound, uno dei tre fondatori di Terza Posizione. O Mario Borghezio, organizzatore di incontri tra l’ideologo francese e i giovani padani. De Benoist utilizza il tempo e le risorse intellettuali per costruire l’humus culturale del vasto mondo identitario, che oggi si allea con la Lega, monopolizza il dibattito sulla migrazione con una nave lanciata nel Mediterraneo, detta sempre più spesso l’agenda politica della destra.
Il vero nemico – spiegano gli identitari – non sono i migranti, i poveri, le vittime del capitalismo globale (sempre che rimangano a casa loro, ça va sans dire). Il nemico giurato che promettono di combattere sono in realtà la braccia aperte di chi accoglie. Le Ong, la società civile, i diritti umani, figli della Rivoluzione francese, ma soprattutto del pensiero liberale che ha ricostruito le nazioni europee dopo la seconda guerra mondiale. Attingono all’ecologismo di Serge Latouche – ideologo della decrescita felice – mescolandolo con il romanticismo tedesco di Fichte. Nell’apparenza un pensiero che fugge dalle ideologie novecentesche del fascismo e del nazismo. Nella prassi, però, le cose sono più complesse.

UNITÉ RADICALE

L’organizzazione madre dell’identitarismo nasce negli anni ’90, in contrapposizione polemica con i gruppi tradizionali della destra francese. All’interno una fazione legata territorialmente al sud-est della Francia si lega a Guillaume Faye, esponente di punta per un lungo periodo del GRECE di de Benoist, ideologo dell’identitarismo contrapposto al meticciato, cardine oggi del movimento Genenerazione Identitaria. Il manifesto di Unité radicale era chiaro sulla strategia: “La nostra non è una strategia di presa del potere (la lasciamo al Movimento nazionale repubblicano o al Front national), di sviluppo interno e influenza esterna”. Un laboratorio, dove far crescere l’identitarismo.

La cattura di Brunerie il 14 luglio 2002

Il gruppo era però ben noto per le posizioni estremamente radicali. Il 14 luglio del 2002 un militante di Unité radicale, Maxime Brunerie, tenta di uccidere in un attentato il presidente della Repubblica francese Jacques Chirac. Meno di un mese dopo, il 6 agosto 2002, viene firmato il decreto che porta allo scioglimento dell’organizzazione (link). L’accusa era diretta: “Unité radicale propaga nelle sue pubblicazioni e nelle sue riunioni delle idee che incoraggiano la discriminazione, l’odio e la violenza (…); propone ugualmente l’antisemitismo”.

DAL BLOC IDENTITAIRE A GENERATION IDENTITAIRE

Il 6 aprile 2003 alcuni ex esponenti di punta di Unité radicale – tra i quali Fabrice Robert, oggi a capo del movimento identitario ed editore dell’agenzia di notizie “d’area” Novopress – fondano una nuova organizzazione, Bloc Identitaire. Tra i principali ispiratori della nuova sigla c’è un altro intellettuale francese di destra, Dominique Venner, morto suicida pochi anni fa a Parigi. L’agenda è completamente assorbita dalla questione dei migranti e dal concetto di identità. Iniziano a presentarsi alle elezioni comunali, raggiungendo nel 2009 il 7,68% nel sesto cantone, piazzandosi appena cinque voti dietro il Front National. In Alsazia ottengono qualcosa in meno, il 5%. Oggi i militanti attivi sono stimati tra i 2.000 e i 3.000 a livello nazionale (in forte crescita, fino a 4-5 anni fa erano appena 500). Lo scorso anno la sigla è nuovamente cambiata, diventando semplicemente “Les identitaires”.

Nel 2012 nasce il gruppo giovanile divenuto noto con l’operazione Defend Europe, Generation Identitaire. Gli aderenti, almeno in Francia, non superano i 30 anni di età. In pochi mesi – ed è la prima volta – la sigla si espande velocemente in Germania, in Austria e in Italia. Con curiosi legami che portano oltre oceano.

IL NETWORK, DALL’EUROPA ALL’AMERICA DI TRUMP

Generazione identitaria ha un forte radicamento in Austria, paese da dove proviene uno dei principali portavoce di Defend Europe, Martin Sellner, e il comandante della C Star, l’ex sergente della marina tedesca Alexander Schleyer (Link al pezzo sugli squali Defend Lampedusa). Austriaco è anche Markus Willinger, il giovanissimo autore di “La generazione identitaria: una dichiarazione di guerra ai sessantottini”, tradotto in diverse lingue. La casa editrice del libro è la londinese Arktos Media ltd., che si presenta come punto di riferimento della nuova destra. Nel catalogo tra gli autori oltre a Julius Evola – riferimento storico della destra neofascista italiana – c’è anche il russo Alexander Dugin, esponente di spicco del nazionalismo russo, vicinissimo al presidente Putin e amico di lunga data della Lega nord (ha partecipato all’incontro “Verso una Lega nazionale”, organizzato da Mario Borghezio nel 2015). Amministratore delegato e socio al 50% dell’editrice Arktos è Daniel Friberg, esponente molto noto della destra svedese. Qualche mese fa è stato pubblicizzato un nuovo progetto editoriale, per la fondazione di una società specializzata in presenza digitale. I promotori? Oltre Friberg c’è il nome di Richard Spencer come partner (link): politico ed imprenditore statunitense legato al movimento “Alt-right”, ovvero destra alternativa. Sostenitore convinto di Donald Trump, sponsor dell’identitarismo oltreoceano, è divenuto famoso quando, dopo l’elezione del neo presidente Usa, gridò in una convention “Hail Trump, hail our people, hail victory!” (link), provocando nel pubblico un tripudio di braccia tese. Friberg in una intervista rilasciata all’associazione tedesca “Europa terra nostra” ha richiamato Antonio Gramsci per spiegare la strategia della “destra alternativa”: “Va conquistato prima di tutto il discorso politico”. Torna l’egemonia culturale. Il cerchio si chiude.

(Pubblicato su Famiglia cristiana il 9 settembre 2017)

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