Il caso Iuventa, la “gioventù che salva”


C’è un fascicolo d’indagine negli uffici della Procura di Trapani che contiene buona parte degli elementi che oggi alimentano la tempesta perfetta contro le Organizzazioni non governative impegnate nei salvataggi umanitari di migranti nel Mediterraneo centrale. E’ il caso Iuventa, la nave della tedesca Jugend Rettet, piccolissima Ong di Berlino, la prima ad essere colpita da provvedimenti giudiziari e dall’accusa di aver in qualche maniera collaborato con gli scafisti libici.

La nave è ancora oggi sotto sequestro. La corte di Cassazione ha confermato il provvedimento nei mesi scorsi, senza però entrare nel merito delle accuse, anche perché, essendo l’inchiesta in corso, non vi è stata una completa discovery processuale. Il giudizio è stato solo, dunque, formale ed ha riguardato la legittimità del provvedimento di sequestro firmato dal Gip trapanese Cersosimo.

Le accuse contenute nel provvedimento del Gip di Trapani – a distanza di un anno – devono essere analizzate nel dettaglio e contestualizzate. Mezze frasi, notizie false e accuse mai formulate dagli inquirenti rischiano di alimentare la propaganda anti Ong.

Quel che rimane oggi, a distanza di un anno, è una nave abbandonata e una Ong di fatto fermata. Con un nome, che mai potremo dimenticare: Jugend Rettet, Gioventù che salva. Chi vuole vedere i loro volti, conoscere le loro storie, guardare in faccia quei ragazzi di Berlino che si erano messi in testa di salvare l’Europa salvando vite nelle acque del Mediterraneo, può guardare il documentario di Michele Cinque Iuventa.

Qui ripercorro le accuse che hanno colpito l’organizzazione, azzerando quella “Gioventù che salva”. Ci sarà un processo e sarà il luogo per ricostruire la verità, depurandola dalla propaganda.

Luglio 2017, Caos Mediterraneo

Il primo elemento è il contesto. I mesi di luglio e agosto 2017 li ricorderemo per il “Caos mediterraneo”, ovvero per quelle nubi scurissime che si addensavano sulle Ong, dopo mesi di martellamento propagandistico. Si era creata, in quell’area del Mediterraneo, una preoccupante convergenza tra elementi e soggetti distanti tra di loro, ma che puntavano ad un obiettivo comune. Il ministero dell’interno italiano, guidato da Marco Minniti (definito dal New York Times “Lord of spies”, il signore delle spie), stava preparando il Codice di condotta, una carta – senza un valore di legge, è bene ricordare – che stabiliva alcune regole per le Ong che operavano in mare. La Procura di Trapani, in quel momento, aveva già chiesto il sequestro della nave Iuventa, basandosi su informazioni investigative elaborate dalla Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato.

C’era un terzo soggetto, non istituzionale, espressione dell’area politica oggi vicina a Matteo Salvini. Si chiama Generazione Identitaria, organizzazione di estrema destra che con una nave battente bandiera della Mongolia si preparava a dare la caccia alle Ong (il termine “dare la caccia” è riportato nella dichiarazione del capitano della nave, la C Star, rilasciata alle autorità portuali di Barcellona mesi dopo). Erano partiti i primi di luglio da Gibuti, per dirigersi nel Mediterraneo centrale. Calcolando la rotta, la velocità, le condizioni del mare all’epoca, la nave nera avrebbe raggiunto l’area davanti alle coste libiche alla fine del mese di luglio, quando la Iuventa era ancora in piena attività. Erano due le Ong oggetto principale degli attacchi via social del gruppo identitario: la Jugend Rettet e la Proactiva Open Arms. Due Ong simbolo, per aspetti diversi, del mondo giovanile europeo che da anni si batte per una gestione giusta e non securitaria dei flussi migratori. La nave nera, la C Star, ha però due fermi imprevisti. Il primo all’ingresso sud del canale di Suez, dove le autorità egiziane salgono a bordo per una ispezione; il secondo a Cipro, dove la polizia ferma per una notte l’equipaggio e l’armatore, sospettando un traffico di migranti (sic!). Sulla nave c’erano venti marinai dello Sri Lanka, che avevano pagato migliaia di dollari per salire a bordo. La giustificazione dell’armatore convinse le autorità di Cipro nord: erano solo stagisti.

L’impatto di propaganda dell’eventuale caccia alla Iuventa pochi giorni prima del sequestro sarebbe stato enorme.

Come nasce l’inchiesta Iuventa, le accuse degli agenti di sicurezza privati

L’indagine dello Sco sulla nave della Jugend Rettet nasce dalle segnalazioni inviate da un team di operatori di sicurezza privata contrattati dall’armatore della Vos Hestia, la nave utilizzata dalla Ong Save the Children (le carte attualmente disponibili, perché sottoposte a discovery, sono state pubblicate da The Intercept). Sono dipendenti di una piccolissima agenzia – una ditta individuale – la Imi Security Service, diretta dall’ex ufficiale della Guardia Costiera italiana Cristian Ricci.

I primi giorni del settembre 2016 il gruppo si imbarca sulla nave di Save the Children. Già il 10 settembre 2016 notano quello che, secondo loro, era il comportamento “sospetto” della nave Iuventa, che aveva partecipato insieme a Save the Children ad un salvataggio. Come confermano gli stessi investigatori nella informativa finale, si trattava di un caso SAR (Search and Rescue), ovvero di un salvataggio di una imbarcazione a rischio naufragio, operazione coordinata dal centro MRCC di Roma della Guardia costiera italiana. Ecco quello che dichiarano gli operatori della IMI, ascoltati dalla Polizia di Stato nel febbraio 2017:

Cristian Ricci: “La più temeraria era sicuramente la Iuventa che, da quello che ho potuto vedere sul radar, avendo io accesso al ponte, arrivava anche a 13 miglia dalle coste libiche, circostanza anche pericolosa. La Iuventa, che è una imbarcazione piccola e vetusta, fungeva da piattaforma ed era sempre necessario l’intervento di una nave più grande sulla quale trasbordare i migranti soccorsi dal piccolo natante”

La zona a tredici miglia dalle coste libiche non è una zona interna alle acque territoriali di Tripoli (il limite è a 12 miglia). E’ sicuramente nell’area Sar rivendicata dalla Libia, ma che all’epoca – siamo nel settembre 2016 – non era stata ancora dichiarata e comunicata all’IMO. La competenza per i salvataggi in quella zona erano sicuramente del MRCC di Roma, che interveniva anche nella aree di mare dove le autorità nazionali di altri paesi non erano in grado di operare i soccorsi, come previsto dagli accordi internazionali. Dunque la Iuventa ha operato, quel 10 settembre 2016, sotto ampia copertura delle autorità italiane, in coordinamento con la Guardia costiera. Lo stesso trasbordo dei migranti – contestato dagli operatori della IMI – non può essere avvenuto se non sotto l’autorità del MRCC di Roma.

La controprova sta nelle parole pronunciate dal Contrammiraglio Nicola Carlone durante la sua audizione davanti al Comitato parlamentare Schengen il 3 maggio 2017. L’intenzione della commissione – almeno della sua presidente, l’onorevole di Forza Italia Laura Ravetto – era quella di approfondire il ruolo delle ONG, sigla, questa, che la parlamentare pronuncia quindici volte nella sua introduzione.

La lunga relazione di Nicola Carlone smentisce molte notizie false che già all’epoca circolavano sui salvataggi e le Ong:

“La Libia e la Tunisia hanno ratificato la Convenzione di Amburgo o SAR del 1979, ma non hanno finora provveduto né a dichiarare formalmente quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR, per la quale si impegnano ad assicurare un’organizzazione in grado di garantire efficienti servizi SAR, né a costituire detta specifica organizzazione in conformità ai criteri previsti dalla normativa internazionale. In particolare, tutta la vastissima area del Mar Libico a sud dell’area SAR posta sotto responsabilità maltese fino al limite delle acque territoriali libiche non risulta posta sotto la responsabilità di alcuno Stato, e conseguentemente di alcuna specifica organizzazione SAR. Questa situazione fa sì che, in base a quanto precedentemente accennato, la responsabilità di assumere il coordinamento delle operazioni di soccorso in questa vastissima area ricade inevitabilmente nel primo Centro di soccorso del coordinamento marittimo che abbia notizia di un potenziale evento occorrente in detta area”.

Ovvero l’MRCC di Roma.

Prosegue Carlone:

Chiunque sia in grado di prestare assistenza ad una persona o ad una nave in pericolo ha l’obbligo giuridico di intervenire senza indugio, per cui l’ingiustificata omissione costituisce reato ai sensi degli articoli del Codice della navigazione, a prescindere ovviamente da eventuali, ulteriori responsabilità che siano ritenute conseguenti a tale inazione (omicidio e naufragio colposo)”.

Dunque se la Iuventa non fosse intervenuta, avrebbe commesso un reato, omicidio e naufragio colposo.

L’accusa che altri operatori della IMI facevano alla Iuventa in relazione agli eventi di soccorso in mare del settembre 2016 (scrive il GIP nel decreto di sequestro, rispetto alle dichiarazioni degli operatori IMI: “I predetti hanno rappresentato che la menzionata motonave si avvicinerebbe eccessivamente a quelle coste (…) fornendo supporto logistico agli scafisti”) appare di fatto smentita da altre dichiarazioni del Contrammiraglio Carlone:

Tengo a precisare che l’ingresso nelle acque territoriali, come ho detto all’inizio del mio intervento, seppur previsto dalle convenzioni internazionali non è mai stato esercitato in maniera autonoma dal Centro di soccorso e dalle unità coordinate da noi, ma sono sempre state effettuate attraverso una richiesta al Centro di soccorso libico, che ci ha o meno autorizzati, ci sono stati dei dinieghi: ci sono state delle autorizzazioni. Questo per rifarmi ad alcuni eventi che sono stati presentati dai media, dove le unità ONG o mercantili o unità di soccorso sono entrate nelle acque territoriali ma, per quanto ci riguarda, fino ad ora tutte le unità che sono intervenute sono sempre state autorizzate, i casi sono sporadici, sono circa 16 nell’anno 2016, quindi nessuna unità è entrata autonomamente quando sotto il nostro coordinamento”.

Dunque se ci sono stati sforamenti nelle acque libiche, questi sarebbe avvenuti con l’autorizzazione delle autorità italiane e, indirettamente, libiche.

Il Contrammiraglio Nicola Carlone dedica poi una parte del suo intervento al tema specifico delle Ong. In prima battuta spiega il ruolo delle piccole navi nelle operazioni di salvataggio, come la Iuventa:

Faccio un distinguo per quanto riguarda la capacità (lei prima ha fatto la domanda sul trasporto o non trasporto), perché effettivamente alcune unità non sono idonee al trasporto, quindi sono unità che fanno il primo avvistamento, forniscono la prima assistenza, hanno dei medici per il primo soccorso e quindi poi siamo costretti a trasportarli su unità più grandi di qualsiasi tipo”.

L’alto ufficiale non rileva nulla di irregolare rispetto a questa modalità operativa.

Subito dopo esclude che le Ong possano essere un fattore di attrazione (il cosiddetto “Pull factor”):

“Tengo a precisare comunque che la presenza delle ONG non comporta quello che viene detto un fattore di attrazione, ma spesso non dà impulso alle partenze. In questi giorni abbiamo un tempo abbastanza tranquillo, ci sono diverse unità mercantili, ONG, militari, e non sta succedendo niente. In altri anni abbiamo avuto fenomeni simili, quindi il fenomeno è governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali, che quindi alla fine non possono essere…”

Alla fine della seduta il senatore della Lega Paolo Arrigoni chiede se gli avvistamenti autonomi delle imbarcazioni da parte delle Ong siano comunicate alla sala operativa della Guardia costiera e se risultino contatti diretti tra Ong e scafisti: Sì, assolutamente. Se ci sono contatti diretti non è noto” è la risposta secca.

Sono finanziati dai grandi poteri internazionali”

Quando, nel febbraio 2017, la Procura di Trapani decide di approfondire le accuse degli operatori di sicurezza privata a bordo della Vos Hestia, la nave di Save the Children, le loro utenze telefoniche vengono messe sotto intercettazione. Nell’informativa dello Sco di Roma viene segnalata come “molto importante” una telefonata del 27 febbraio 2017 tra Cristian Ricci e Pietro Gallo, due degli operatori della Imi. Parlano a lungo delle indagini in corso, del ruolo dello Sco, di quello che potrebbero chiedere gli ufficiali di PG durante gli interrogatori. Ci sono alcuni passaggi di quelle telefonate che meritano di essere evidenziati:

Gallo: “(…) te l’ho detto quello che vogliono sapere loro… vogliono sapere se loro c’hanno contatti diretti (inc.) e il guadagno che stanno facendo questa… questa cosa qua, che cosa ci guadagnano? E’ questo che bisogna uscì fuori… che comunque sono le (inc.) internazionali che finanziano questo traffico dei migranti… e che loro vengono finanziati da grandi poteri internazionali…”

L’operatore – autore di quelle prime denunce – crede dunque fermamente nel complotto internazionale, con le Ong manovrate dai “grandi poteri”. Manca solo il riferimento a Soros.

Le informative all’AISE, a Di Battista e a Salvini

Prima di denunciare le presunte violazioni della Iuventa alla Polizia di Stato, gli operatori della IMI imbarcati sulla Vos Hestia mandano una nota informativa all’intelligence italiana.

Il 25 settembre 2016 Floriana Ballestra, Pietro Gallo e Lucio Montanino inviano via email un rapporto all’Aise, segnalando, tra l’altro, come “La nave Iuventa (…) pare sia un punto fisso e di riferimento per gli scafisti che partono dalla Libia con barconi carichi di migranti”.

Secondo quanto pubblicato dal giornalista del Fatto quotidiano Antonio Massari, prima di inviare la nota all’Aise, gli operatori della IMI avevano spedito una nota analoga ad Alessandro Di Battista (che non avrebbe mai risposto) e a Matteo Salvini. Il leader della Lega ha poi confermato di aver ricevuto quelle informazioni.

La segnalazione alla Polizia di Trapani avverrà molti giorni dopo.

Tutta l’inchiesta, dunque, parte dalla segnalazione di un gruppo di agenti privati su un presunto sforamento in acque libiche della Iuventa, circostanza che per la Guardia costiera italiana sarebbe avvenuta coordinandosi con le autorità.

Una questione politica”

Prima di arrivare al cuore delle accuse mosse dai magistrati di Trapani, che porteranno al sequestro della nave e all’iscrizione sul registro degli indagati – per il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina – dell’equipaggio della Iuventa, il Gip richiama alcune intercettazioni disposte dalla Procura. Gli intercettati sono estranei alle indagini. Si tratta di un medico di una Ong e di un giovane giornalista. Commentano il profilo della Jugend Rettet, che – dicono – coincide con quell’area radicale tedesca di origine protestante, differente dalle altre organizzazioni umanitarie, come Medici senza frontiere o Save the Children. Il ritratto che appare è quello di un gruppo di ragazzi estremamente determinati (“sono molto bravi e veloci” nei salvataggi), con ben chiaro il ruolo politico che – volenti o meno – stanno svolgendo.

Penalmente rilevante? Assolutamente no, come afferma anche il dirigente dello Sco Alfredo Fabbrocini in una intervista a Nello Trocchia per Nemo.

Il loro profilo e la loro storia appaiono, come dicevo, con tratti forti nel documentario di Michele Cinque sulla Iuventa. Ragionano strategicamente, sanno che il loro obiettivo è prima di tutto politico (come annota anche il Gip). Ovvero convincere gli Stati europei ad intervenire nei salvataggi, mostrando come con un minimo sforzo sia possibile non perdere vite umane.

Tra le contestazioni – senza rilievo penale – che più hanno avuto successo nel circolo, ampio, dei detrattori delle Ong c’è un cartello trovato dalla Polizia sulla nave Iuventa, con la scritta “Fuck IMRCC”. Anche in questo caso il contesto è importante. L’operatività della Iuventa – come ha spiegato anche il Contrammiraglio Carlone parlando delle piccole Ong – era quello di intervenire rapidamente nei naufragi, trasferendoli poi sulle navi più grandi. Vendendo il film di Michele Cinque appare con evidenza quella sorta di “fuoco sacro” che spingeva i ventenni di Berlino: salvare, salvare e ancora salvare. Un solo morto era una sconfitta. Nel maggio 2017 IMRCC obbliga la nave ad approdare a Lampedusa per far scendere 27 migranti. I volontari della Ong reagiscono con il cartello, stizziti.

C’è un ulteriore elemento di contesto che va considerato, destinato a diventare chiave nei mesi successivi. Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 la presenza della Guardia costiera libica diventa evidente, con seri rischi di incolumità per le Ong e i migranti. Annota il Gip riferendo un episodio del 23 maggio 2017:

“Verso le ore 12.30 si è avvicinata all’area dei soccorsi una nave libica, armata di mitragliatrici a poppa e a prua, che ha esploso alcune raffiche, diffondendo il panico tra i migranti, alcuni dei quali sono caduti in mare”.

L’aggressività della Guardia Costiera libica diventa rapidamente un tema complesso per tutte le Ong, che ne parlano diffusamente. Nello stesso tempo, sostengono i volontari di Jugend Rettet, c’è un “deterioramento dei rapporti con la Guardia costiera italiana”.

Un ultimo punto merita di essere analizzato. La magistratura di Trapani riporta nei documenti giudiziari presentati per il sequestro della nave l’accusa di una ostilità della Jugend Rettet nei confronti della polizia giudiziaria. In sostanza, afferma il Gip, l’equipaggio non collaborerebbe nell’identificazione dei presunti scafisti, non fornendo fotografie o video in grado di identificare chi era al timone dei gommoni intercettati. La giustificazione di questa scelta appare in una conversazione intercettata a Malta sulla nave e riportata nelle carte. Chi parla è una team leader della Jugend Rettet: “Sostiene di sapere che centinaia di persone, sulla base di fatti errati, sono state accusate e che continuamente ci sono persone che vengono rispedite verso l’Africa senza procedimento di asilo politico”. Questo punto di vista – legittimo o meno – è comune a tutte le Ong, anche in altri contesti. Si tratta del principio di neutralità che una Organizzazione operante in contesti difficili, se non di guerra, deve sempre rispettare (previsto, ad esempio, dal codice etico di Emergency). E anche per questo quando venne discusso il codice Minniti la richiesta di far salire un agente di polizia giudiziaria a bordo delle navi fu respinto e, alla fine, escluso dall’accordo.

Le accuse dell’agente sotto copertura

Le accuse principali che hanno portato al sequestro della Iuventa derivano dall’attività sotto copertura di un agente dello SCO, salito a bordo della nave di Save the Children. La sua attività è stata ricostruita dei dettagli dall’inchiesta di Richard Hall per il Global Post Investigation.

Sostanzialmente i fatti evidenziati dall’agente di polizia undercover riguardano la presunta restituzione ai trafficanti libici di un barchino di legno e i contatti tra l’equipaggio Iuventa e un motoscafo proveniente dalla Libia durante un salvataggio. Rispetto a questi due elementi il centro di analisi forense della Goldsmith University of London ha svolto una controinchiesta, in grado di smontare l’accusa, dimostrando come le informative dello Sco si basino su una errata interpretazione dei fatti.

Il lavoro investigativo è disponibile qui: https://www.forensic-architecture.org/case/iuventa/

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