Il referendum del 2011 e il doppio tradimento


E’ una questione di egemonia culturale. Il nodo politico del ritorno dell’estrema destra è tutto qui. E c’è una data di svolta, un momento che potremmo definire la Caporetto della sinistra italiana e, nel contempo, il punto zero del populismo. Era il 2011. L’anno del referendum sui “beni comuni”.

I quesiti erano quattro. Due riguardavano il sistema idrico integrato, uno il nucleare ed un terzo sul “legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale”. Due temi, ambiente e modo di concepire la politica. Due cavalli di battaglia che da quel momento in poi danno la spinta al Movimento 5 stelle. In due anni Grillo e Casaleggio faranno il pieno di voti; poco dopo la Lega, con l’arrivo di Salvini e l’alleanza con l’estrema destra, crescerà in maniera esponenziale. Due concezioni diverse della politica, ma che convergeranno verso il punto di incontro inevitabile, il governo di Giuseppe Conte.

Il vero player però è un altro. E’ la sinistra, l’area che andava, all’epoca del referendum, da Nichi Vendola a Pierluigi Bersani. Eredi del Pci e, dunque, del pensiero gramsciano. Incapaci, però, di intuire i tempi, di ascoltare la propria gente, di immergersi in un paese che già all’epoca era alla ricerca di un faro, sentendo, sulla propria pelle, tutte le conseguenze della crisi, iniziata nel 2008, epocale, in grado di sconvolgere gli antichi equilibri.

La battaglia dei beni comuni

Ricordo un incontro nel 2009, due anni prima del referendum. In una piccola città dell’hinterland romano un consigliere del Pd rivolgendosi ad uno dei comitati per l’acqua pubblica domandava: “Ma mi spiegate che so’ ‘sti beni comuni?”. In quell’area della provincia di Roma da anni l’acqua era razionata, a volte nel centro della città arrivava solo tre ore al giorno. Il comitato cittadino propose una deliberazione popolare per almeno sanzionare il gestore, la multinazionale Acea. Il Pd, all’epoca, respinse la proposta, con un voto compatto.

Già dal 2006 in tutta Italia si stavano creando movimenti di cittadini per la difesa dei beni comuni. Ovvero quello che la multinazionale francese Suez chiama “l’essenziale per la vita”. Trasporti, rifiuti e, soprattutto, acqua. Il concetto di bene comune era la colonna portante, che evitava di cadere nella trappola della riduttiva difesa dei consumatori. Quel movimento era radicale e radicato, fatto di comitati che, in alcuni casi, come la città di Aprilia, riunivano migliaia di famiglie. Era, dunque, movimento popolare. La difesa dell’acqua era simbolica, ed in grado di trasformare il disagio delle periferie – non riuscire a pagare la bolletta – in azione politica complessiva. I comitati era luogo di sintesi, dove convergevano attivisti con esperienza politica di lunga data, anziani che non riuscivano ad arrivare a fine mese, giovani coppie alle prese con le prime difficoltà economiche, delusi della politica istituzionale, famiglie che cercavano un luogo dove condividere quella rabbia, crescente, figlia di una crisi prima di tutto culturale.

Il momento di sintesi nazionale fu il referendum. Giuristi con esperienza e sensibilità politica come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, figli di una cultura della sinistra nobile, furono i padri tutelari di quel momento. La raccolta delle firme – fatta senza l’aiuto di nessun partito – fu travolgente. In pochi giorni furono raccolte 1,4 milioni di firme, quasi il triplo di quelle necessarie. Era un primo campanello di allarme, che la sinistra ignorò, anzi, contrastò.

Il nodo era evidente. Il Pd era da anni all’interno del governo dei beni comuni, in alleanza stretta con il sistema di gestione delle multinazionali. Con un uomo simbolo, pronto a proporsi, da lì a poco, come il rottamatore.

Il giglio magico e il modello PPP

Con un certo intuito politico Matteo Renzi, all’epoca Sindaco di Firenze, disse apertamente che avrebbe votato Sì ai referendum. Una scelta di pura propaganda, in realtà. Segniamo questo punto, per fare un passo indietro. All’epoca il dominus del Pd era ancora Pierluigi Bersani, mentre nel partito contava la vecchia nomenklatura. Quella cultura politica era da sempre alleata con il sistema di partnership pubblico-privata (PPP) dei servizi. Un totem ideologico, creato dalla scuola delle multinazionali francesi, colossi come Veolia e Suez, applicato – con l’avvallo della Banca mondiale – nel mondo intero. Dal Brasile all’Argentina, dalla Francia all’Italia. In sintesi funzionava così: io Stato ti do la gestione (garantendo a te privato il posto di amministratore delegato), il profitto, l’esclusiva sul mercato. In cambio ottengo qualche posto nei Cda – che fanno sempre comodo – e un ticket per entrare nei salotti buoni della finanza industriale. Il privato fa profitti spesso a rischio zero, con aumento delle tariffe vertiginose. La politica poi attenua l’impatto sociale, o almeno ci prova, e soprattutto olia il sistema di verifica e di controllo, che rimane in capo allo Stato.

Un’intera classe politica cresce così sotto l’ombra tutelare delle multinazionali.

Torniamo a Renzi. L’intero inner circle del futuro premier proveniva dalla gestione mista pubblico-privata degli acquedotti. In Toscana buona parte del sistema idrico integrato vede la partecipazione delle grandi società francesi, direttamente o indirettamente, attraverso la romana Acea (a sua volta esempio di partnership pubblico privato, con la Suez e il gruppo Caltagirone). Sono passati all’interno della fiorentina Publiacqua (partner privato Acea) i due fedelissimi di Matteo Renzi, Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Un altro uomo di fiducia di Renzi è stato Erasmo D’Angelis, già presidente di Publiacqua. Il Pd renziano era, dunque, figlio di quel modello, che alla fine non ha mai rinnegato. Un modello che anche la parte di Bersani hadifeso, perché strettamente collegata con la storia del PCI prima, e dei democratici dopo.

Il referendum e i 27 milioni di voti

Il referendum, che si è tenuto nel giugno 2011, ebbe un successo storico. Dopo anni di partecipazione ai minimi storici fu raggiunto e ampiamente superato il quorum. I votanti furono 27.637.943 (Italia e estero), pari al 54,82% degli aventi diritto. I Sì per il primo quesito (che abrogava la via preferenziale per la privatizzazione dei servizi pubblici) furono 27.200.859; per il secondo quesito (che chiedeva di abrogare il profitto garantito per legge al 7% sul capitale investito nel settore idrico) i Sì furono 27.277.283. Passarono con ampio margine anche gli altri due quesiti sul nucleare e sul legittimo impedimento.

Il segnale era chiaro.

I voti traditi dalla sinistra

Cosa accade dopo il referendum? Il governo era guidato da Silvio Berlusconi, con una coalizione che aveva l’appoggio anche della Lega Nord. Due mesi dopo il voto popolare il centro destra firma il decreto legge 13 agosto 2011 n. 138, che di fatto aggirava i due quesiti sulla gestione del servizio idrico proposti nel referendum. Un provvedimento emanato due giorni prima di ferragosto, nel tentativo di far passare il decreto sotto silenzio. In altre parole una scelta antidemocratica.

La sinistra, di fatto, rimane in silenzio, mentre Berlusconi, nell’autunno successivo, viene travolto. Non solo dallo spread, ma anche da una vera ondata popolare. Le immagini della gente in piazza la notte delle sue dimissioni sono un passaggio storico epocale.

L’arrivo del governo Monti è il compimento della cecità politica della sinistra. Nella primavera del 2012 il governo – sostenuto questa volta dal Pd – vara una serie di misure, che sul tema dei beni comuni confermano la scelta di Berlusconi. La Corte costituzionale poco dopo spiega a chiare lettere che quelle norme sono un tradimento del voto popolare, respingendole. Una vittoria nel merito, che, ancora una volta, viene ignorata dal partito democratico.

L’onda lunga di Grillo…

L’era tra il 2006 e il 2012 è il brodo di coltura del Movimento 5 stelle. Grillo e Casaleggio intuiscono la forza innescata dal movimento dei beni comuni. Inizialmente all’interno dei comitati cittadini gli esponenti grillini erano pochi e non sempre attivi. Il movimento di Grillo però inizia a farsi portavoce di quella forza popolare. Ne assimila i contenuti, prende le battaglie principali – soprattutto sui temi ambientali, come l’acqua e i rifiuti – e li fa propri. Ingloba e assimila. Nel 2013 alcuni esponenti dei comitati per l’acqua pubblica si candidano e vengono eletti con il M5S (ad esempio la romana Federica Daga, che militava all’interno del Forum nazionale per l’acqua pubblica, uno dei promotori dei referendum). La stessa candidatura di Stefano Rodotà come presidente della Repubblica andava in questa direzione.

…e il tradimento del M5S

Il concetto di beni comuni, elaborazione venuta dalla cultura della sinistra, per il M5S diventa alla fine solo propaganda. C’è prima di tutto una banalizzazione di quel movimento, che si trasforma in slogan. In secondo luogo il verbo grillino non sarà mai prassi popolare, visto che il M5S è di fatto assente dai territori, un partito spesso solo virtuale e, soprattutto, il frutto di una operazione di comunicazione su vasta scala. Scrive la deputata Federica Daga – già membro del Forum Acqua pubblica – sul Blog delle stelle nel dicembre del 2017: “L’Acqua Pubblica è la nostra prima stella e per lei sono anni ormai che ci battiamo. Adesso possiamo finalmente iniziare a gioire insieme perché Torino e Roma hanno, in queste settimane, raggiunto un importante risultato nella giusta direzione per dare finalmente attuazione alla volontà della maggioranza dei cittadini! Quelli che nel 2011 votarono 2 Sì per l’Acqua Pubblica: uno per scongiurare la privatizzazione dell’Acqua, l’altro per escludere dalla sua gestione la possibilità di fare profitto.

Ebbene sì! Ovunque ha iniziato a governare, il MoVimento 5 Stelle sta facendo l’Acqua Pubblica da tutte le parti, dopo ben 6 anni di immobilismo da parte dei Governi e delle Istituzioni locali e dopo aver visto come il Partito anti-Democratico ha fatto a pezzi la Legge 2212 nazionale lo scorso 20 aprile 2016. Se in Parlamento ci fanno a pezzi l’Acqua Pubblica, allora lavoriamo sulle Regioni e sui Comuni a 5 Stelle”.

Ebbene la giunta romana nulla ha fatto, dal 2016 ad oggi, per cambiare radicalmente Acea. Anzi. Ha affidato la guida a Luca Lanzalone, poi travolto dall’inchiesta giudiziaria della Procura di Roma. Nulla è cambiato sul sistema di gestione della tariffa – uno dei punti dei referendum – e la qualità del servizio è di fatto rimasta invariata nelle zone più disagiate della provincia.

Ora il M5S è al governo.

Nel contratto firmato dal movimento di Grillo e Casaleggio e la Lega, il tema “Acqua pubblica” occupa un capitolo:

È necessario investire sul servizio idrico integrato di natura pubblica applicando la volontà popolare espressa nel referendum del 2011, con particolare riferimento alla ristrutturazione della rete idrica, garantendo la qualità dell’acqua, le esigenze e la salute di ogni cittadino, anche attraverso la costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua.

La più grande opera utile è restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome. È necessario dunque rinnovare la rete idrica dove serve, bonificare le tubazioni dalla presenza di amianto e piombo, portare le perdite al minimo in modo da garantire acqua pulita e di qualità in tutti i comuni italiani.

Tutto qui. Manca completamente la visione di “beni comuni”, ma soprattutto manca il come. In che maniera verrà attuato il referendum? Verrà rivisto il principio – prima abrogato e poi surrettiziamente reintrodotto da Berlusconi e Monti – della remunerazione garantita per i gestori, ovvero quel meccanismo che rende appetibile per le multinazionali il business acqua? Il riferimento che viene fatto, rispetto al Referendum, riguarda la “ristrutturazione della rete idrica”, tema di per se neutro (ricordiamo che il profitto garantito è calcolato rispetto al capitale investito, dunque, per i privati, più investimenti ci sono meglio è; il problema è che poi il tutto ricade sulle bollette, con pesanti conseguenze per le famiglie) e non contenuto all’interno del referendum.

Ci sono diverse ambiguità nel passaggio del contratto del governo Lega-5S che riguarda l’acqua pubblica: non viene citata la “gestione” pubblica, ma genericamente una “natura” pubblica nella prima parte dell’enunciato. Differenza non da poco, visto che le reti e le infrastrutture già sono pubbliche, mentre il vero nodo riguarda l’affidamento della gestione. Ma soprattutto non c’è nessun riferimento alla questione del profitto garantito, vero cuore del movimento referendario. Scrivevano nell’introduzione ai quesiti i giuristi autori della proposta referendaria (Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Luca Nivarra, Ugo Mattei, Stefano Rodotà):

In sostanza, per rafforzare il modello pubblicistico estraneo alle logiche mercantili occorre abrogare tale inciso in quanto allo stato consente al gestore di fare profitti sulla tariffa e quindi sulla bolletta. In particolare con tale norma il gestore, al fine di massimizzare i profitti (remunerazione del capitale) carica sulla bolletta dell’acqua un 7%. Tale percentuale costituisce un margine di profitto, assolutamente scollegato da qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. I cittadini dunque con la vigenza di tale norme sono doppiamente vessati, in quanto da una parte il bene acqua è commercializzato e inteso alla stregua di qualsiasi altre bene economico e dall’altra sono obbligati, per consentire ulteriori profitti al gestore, di pagare in bolletta un surplus del 7%.

Di tutto questo non c’è traccia nel programma di governo.

Che fine ha fatto il movimento per i beni comuni?

Quel mondo che si espresse nel giugno 2011 con 27 milioni di voti (ovvero la maggioranza politica del paese) si è, poco a poco, spento. In parte – anche se minima – è confluito nel M5S ed è quello zoccolo che oggi mostra insofferenza con le scelte del governo Conte, come il presidente della Camera Roberto Fico. La sinistra, da parte sua, ha tradito più volte quello che era sempre stato il suo popolo, perdendo la capacità di costruire una vera egemonia culturale e politica.

Dietro le rivendicazioni di tariffe eque e, soprattutto, di una gestione dell’”essenziale per la vita” con principi di giustizia e trasparenza c’era un fermento ed una rabbia sociale che rimane. Il M5S ne ha capito la valenza elettorale captandola, ma non sarà in grado di dare vere risposte, non avendo quella cultura politica espressa da personaggi come Stefano Rodotà. E’ stata la destra ad inserirsi in questo contesto, con i temi tradizionali dell’estremismo fascista e populista: la caccia al capro espiatorio, il migrante. Alla concretezza del movimento per i beni comuni, in grado di criticare con conoscenza, capacità di analisi il sistema capitalistico delle multinazionali, si è sostituita l’ondata complottista – che semplifica, riduce e, dunque, svia – che vede nelle migrazioni (i movimenti degli uomini, e non più la libertà incondizionata di movimento dei capitali) la causa del malessere sociale. Quando Luigi Di Maio ha iniziato a parlare di “Taxi del mare” il management delle grandi corporation hanno tirato un sospiro di sollievo.

1 Comment

  1. Il movimento 5 stelle ha deliberatamente abbandonato molti territori – il caso della provincia di Latina è esemplificativo e non unico – puntando decisamente su un consenso nazionale e mediatico. Nulla di male se non fosse che negli enti locali ciò significa deprezzare la leva politica che ti consente di incidere nella carne viva degli ato, dei cda ecc., dei luoghi, in sostanza, dove si assumono le decisioni. Non credo che il movimento dei beni comuni avesse una chiarezza di linea politica matura anche se è indubbio che le forze della sinistra istituzionale hanno continuato la fangosa e poltronara politica dell’accordo con le multinazionali e gli interessi privati dediti unicamente al profitto. Per quanto riguarda l’accordo con la lega destrorsa- con quantità considerevole di residuati di destraccia che hanno fiutato il cavallo vincente – credo che non può essere ignorato che il pd ha ostacolato senza e senza ma un possibile governo del cambiamento che, giocoforza, è virato verso il contratto pentaleghista. Con tutti i problemi di propaganda del salvinismo che sono sotto gli occhi di tutti e che presentano profili gravi di compromissione al ribasso.

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